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Fino a poco tempo fa il medico radiologo era “il medico delle macchine” il medico della tecnologia.
Era quasi l’unico depositario della diagnostica innovativa e, indiscutibilmente, l’unico custode della diagnostica per immagini.
La radiologia, pertanto, non ha avuto bisogno di darsi una missione, perché questa missione le era già stata data dalle altre specialità della medicina: essa era al loro servizio, in quanto, i medici delle altre specialità non avevano accesso alla diagnostica per immagini, per almeno due motivi: il primo è che era una tecnologia molto costosa e, perciò, riservata a pochi, il secondo è che il livello di sviluppo delle macchine era ancora piuttosto rudimentale e, di conseguenza, il loro uso richiedeva un addestramento specifico e non banale.
Non sentendo la necessità di darsi una missione propria ma accontentandosi di quella che le era stata affidata dalle altre specialità mediche, la radiologia non ha sentito neppure la necessità di darsi una teoria, un metodo e un linguaggio strutturati che le permettessero di definire sé stessa come una disciplina medica a sé stante, finendo così per diventare una prassi clinica al servizio delle altre specialità.
Ma in un’epoca nella quale la tecnologia è nelle mani di tutti i professionisti sanitari e nella quale la diagnostica per immagini ha raggiunto un livello di maturazione e di diffusione tale che fa parte, ormai, del bagaglio di tutti i medici specialisti, in un’epoca nella quale qualsiasi medico può eseguire un’ecografia e, come prevedibile, prima o poi potrà fare la stessa cosa con altre macchine che, al momento, sono di pertinenza della radiologia, e mentre assiste alla nascita di nuove discipline fondate anch’esse sulla diagnostica per immagini, come la radioterapia e la medicina nucleare, il medico radiologo scopre di non essere più il medico della tecnologia, non è più il medico delle macchine, non è più nemmeno il medico delle immagini.
Questa crisi identitaria, per altro, si auto-alimenta: la tendenza attuale della radiologia, infatti, sostenuta dagli stessi medici radiologi, attribuisce il ruolo più importante alle qualità tecnologiche delle macchine piuttosto che alle capacità diagnostiche del medico radiologo, il quale, mentre le macchine di diagnostica per immagini continuano ad avere un’evoluzione e diventano sempre più sofisticate e potenti, è rimasto immobile, a descrivere le immagini mediche con gli stessi metodi e le stesse tecniche di decenni fa, con il risultato di finire per essere associato con le macchine che usa e di essere percepito come una sorta di “operatore alle macchine”, meno importante della macchina stessa, facilmente sostituibile con un suo collega.
Sempre più si vuol far passare l’idea che per una struttura sanitaria sia sufficiente avere una buona macchina per avere automaticamente una buona radiologia, anzi, è la radiologia stessa ad essere considerata sempre più come una sorta di “commodity”, cioè come un servizio che, fondamentalmente, è lo stesso ovunque, come il gas o la luce, un servizio la cui qualità è data dalle macchine e non dall’essere umano che le usa, un servizio che non deve avere particolari pretese se non quelle dei costi bassi e della consegna veloce.
Ovviamente, noi in SEMIOSICA la pensiamo diversamente e i nostri sistemi di supporto alle decisioni mediche sono lì a dimostrare che, per noi, la radiologia non è affatto una commodity, anzi, è ben altro.

